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La viralità del bene e gli insegnamenti del Maestro Yoda

Avrei voluto che il mio primo post su questo blog fosse qualcosa del tipo: “5 (o 10, o 15…) buon motivi per utilizzare i canali social per la tua campagna non profit” oppure ” Le 7 migliori campagne di comunicazione sociale del 2012″, ” 3 Consigli per il 2013″ ecc. Invece, data la mia (contorta) natura di “sfigato” umanista e di antropologo fallito, mi ritrovo a ragionare di linciaggi e jungle justice in La viralità del bene: social media e non profitNigeria, dell’eterna lotta tra bene e male e degli insegnamenti del Maestro Yoda. Tutto questo poi ha a che fare, e non poco, con il perché del mio innamoramento per i social media e con il senso del mio scrivere in questo blog, il che lo rende un intreccio particolarmente adatto a un post di esordio. Ma procediamo con ordine, partiamo con la questione dei linciaggi.
Teju Cole è uno scrittore e fotografo di origine nigeriana che vive a New York. Ha pubblicato un articolo, su The Atlantic, ripreso da Internazionale (nr.982 di Gennaio 2013) con il titolo “La folla fa paura”. Cole fa un’analisi del fenomeno dei linciaggi, molto diffuso in Nigeria, a partire da un episodio le cui conseguenze sembrano segnare un punto di svolta nella tolleranza, da parte di opinione pubblica e governo, nei confronti di quella che i giornali locali definiscono jungle justice. Il 5 ottobre quattro giovani, studenti all’Università di Port Harcourt, si recano nel villaggio di Aluu per riscuotere un credito da un certo Coxson Lucky. Non sappiamo con quali metodi e con quanta aggressività i quattro studenti abbiano preteso il saldo del debito, fatto sta che Mr. Lucky lancia l’allarme, accusandoli di essere dei ladri. Tanto basta perché la folla si raduni attorno ai giovani, li aggredisca, li spogli picchiandoli con dei bastoni e infine li bruci. Episodi del genere, ci dice Cole, sono molto frequenti in Nigeria e normalmente i giornali vi dedicano poco spazio, nel caso dei “quattro di Aluu” le cose sono andate diversamente. L’episodio è stato filmato, pubblicato su You Tube e visualizzato da moltissimi giovani e ha scatenato un’ondata di indignazione che si è tradotta in una petizione a favore di una legge contro la giustizia sommaria. La diffusione della protesta e il dilagare della discussione su un aspetto della vita quotidiana nigeriana così spaventoso e brutale eppure così taciuto hanno spinto le autorità a considerare seriamente la necessità di contrastare il fenomeno della jungle justice. Ma perché proprio questa vicenda, e non altre, ha generato tutta questa mobilitazione? In fondo la brutalità del linciaggio Non profit e Social Medianon è superiore a quella di altri (Cole ne riporta diversi). Sarà il fatto che il tutto è stato filmato? Sarà stata la divulgazione su You Tube a fare la differenza? Soltanto in parte, perché in realtà altri episodi sono stati filmati e diffusi in rete senza suscitare il medesimo sdegno.
La differenza sembra averla fatta la presenza delle giovani vittime sui social network, in particolare su Twitter. Anzi, a essere più precisi, la differenza l’hafatta la qualità della loro presenza sui canali social. Pare infatti che almeno due dei giovani studenti trucidati ad Aluu fossero molto attivi e molto seguiti su Twitter, al punto da essere quasi degli “influencer” tra  i coetanei. I due, insomma, erano conosciuti e riconoscibili all’interno della community dei giovani studenti nigeriani del ceto medio che hanno accesso al web. La molla che ha fatto scattare la protesta è stata proprio il riconoscersi nelle vittime, riconoscimento che nasce e si diffonde grazie ai social network. Il risultato è che la mobilitazione spontanea finisce per assomigliare a una riuscita campagna di comunicazione sociale contro la jungle justice perché della campagna presenta alcuni elementi strategici: contenuto virale (il video), influencer, community, effetto di identificazione con le vittime e quindi con la causa.
L’articolo di Cole, potrebbe ispirare molte riflessioni: il ruolo del web e dei social media nella formazione di identità sociali; il rapporto tra la folla online e folla offline; la rete come mezzo di riscatto sociale e l’esclusione dalla rete come esclusione dal riscatto sociale. In realtà l’osservazione che mi è sorta più spontanea è probabilmente la più ingenua ed è la seguente: tramite il web si può diffondere e produrre (anche) il bene! Il che, evidentemente, non equivale a sostenere che il web tenda spontaneamente al bene, né che sia l’unico spazio in cui questo può avvenire né tantomeno che sia sempre e comunque lo spazio migliore, semplicemente SI PUO’ FARE! Dopotutto in quel contesto, bene e male partono su posizioni di parità e hanno la stessa opportunità di diventare virali. Certo un leggero gap a favore del male c’è sempre, questo perché chi opera a favore del bene non può (e non deve) sottrarsi dall’esercizio della critica, dell’autocritica, dell’analisi dei pro e dei contro, dell’opportunità o meno,  sottraendo tempo al dire e al fare.
Per chi, come il sottoscritto, approda alla comunicazione e al Social Media Marketing dopo anni di lavoro sul campo con piccole organizzazioni non profit, le quali credono fermamente nella forza dell’azione ma spesso dubitano della comunic-azione, il fatto che in rete e tramite i social media si possa “vendere” il bene in maniera onesta non è mai completamente scontato. Si tratta di “un atto di fede” che va rinfrancato costantemente.
Tradotto in “Star Words” è noto a tutti che la forza ha un lato oscuro ed è altrettanto noto che Luke Skywalker (proprio come il padre o a causa del padre) ha una specie di predisposizione, di inclinazione, che lo rende suscettibile al fascino del male. Pur sapendo tutto questo e il rischio che comporta il Maestro Yoda non dice mai a Luke “La forza usare non devi, giovane jedi”, la sua esortazione è sempre e comunque “Usa la forza! Luke”, “Usa la forza! Giovane jedi”.
Nicola Cicolin (Brands Invader)


Photo source: io9.com
e mashable.com

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